Dietro l'usato che compriamo online c'è una filiera che sembra ferma all'Ottocento: magazzini pieni di balle di vestiti, selezionatori che dividono a mano i capi per qualità e stile, fogli di carta e trattative tra compratori e venditori. Mentre la domanda globale di moda di seconda mano esplode, la catena di fornitura è rimasta artigianale, lenta e piena di attriti. Fleek, startup britannica fondata nel 2021, ha appena ottenuto 25 milioni di dollari in Serie B per cambiare questo scenario, guidata da Burda Principal Investments con la partecipazione di eBay, FJ Labs, H14 e degli investitori esistenti Andreessen Horowitz, HV Capital e Y Combinator.
Il cuore della piattaforma è un marketplace B2B che mette in contatto fornitori all’ingrosso di abbigliamento usato con retailer, rivenditori e boutique in oltre 100 paesi. Ma la vera discontinuità sta negli strumenti di AI sviluppati internamente. Fleek Sort, il modello proprietario, identifica, classifica e valuta i capi a partire da immagini e video, automatizzando quelle operazioni di sorting e grading che oggi richiedono ancora mani e occhi umani. L’inventario viene digitalizzato prima di essere messo in vendita, mentre modelli di pricing dinamico, raccomandazione e matching facilitano l’incontro tra domanda e offerta su scala globale.
La tesi di Fleek è netta: «Il sistema è rotto, il mercato che serve sta esplodendo e nessuno sta costruendo la tecnicia e l’infrastruttura per aggiustarlo», ha dichiarato Abhi Arora, co-fondatore e CEO. I numeri della piattaforma danno sostanza alla tesi: oltre 2.000 fornitori e selezionatori all’ingrosso collegati a più di 50.000 acquirenti, e più di 12 milioni di capi tenuti in circolazione. Il round servirà a far crescere il team di ingegneri, scalare la piattaforma e sviluppare ulteriormente le capacità di AI lungo l’intera filiera: dall’elaborazione dell’inventario al merchandising, fino alla scoperta di nuovi acquirenti.
Questo investimento segnala un mutamento strutturale: l’AI applicata ai beni fisici non è più confinata ai colossi del fast fashion o ai magazzini automatizzati di Amazon. Anche mercati frammentati e a basso margine come quello dell’usato stanno attraversando una fase di infrastrutturazione tecnicica. La posta in gioco però non è solo l’efficienza operativa. Man mano che la selezione e il pricing vengono affidati a modelli proprietari, si sposta il baricentro del controllo dei dati. Chi addestra e ospita il modello – in questo caso la piattaforma cloud di Fleek – conserva una quantità crescente di informazioni sulle transazioni, sulle preferenze di acquisto e sulle caratteristiche dei lotti, rafforzando la propria posizione di intermediario.
Per i fornitori, soprattutto quelli più grandi che gestiscono volumi significativi, la scelta di affidare a un marketplace esterno la catalogazione e la determinazione del prezzo non è neutrale. Affidare i propri dati di inventario a un modello cloud significa rinunciare a un certo grado di sovranità informativa, esponendosi al rischio che l’algoritmo della piattaforma finisca per favorire competitivamente altri attori. Sebbene oggi la velocità e l’accesso a una domanda globale rendano difficile rinunciare a queste piattaforme, il panorama potrebbe evolvere. Non è escluso che in futuro emergano soluzioni di AI per il sorting dell’usato che possano essere eseguite on-premise, restituendo ai fornitori il controllo sui propri dati e offrendo una via alternativa alle logiche centralizzate dei grandi marketplace. La partita, insomma, è appena cominciata.
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