La Corte d’Appello del Regno Unito ha spento le speranze di Microsoft di ribaltare una sentenza che legittima la rivendita di licenze software usate. Il 7 luglio, i giudici hanno respinto in blocco il ricorso del colosso americano contro ValueLicensing (VL), azienda che costruisce il proprio business sulla compravendita di licenze on-premise di seconda mano. Il verdetto, unanime e netto, non solo consolida il mercato secondario del software, ma punta i riflettori su una dinamica che tocca da vicino chi oggi valuta di portare – o tenere – i carichi di AI dentro i propri confini aziendali.
Al centro della controversia c’è l’accusa, mossa da VL nel 2021, che Microsoft avesse deliberatamente soffocato il mercato delle licenze usate inserendo clausole restrittive nei contratti: sconti su abbonamenti cloud in cambio della rinuncia a rivendere le vecchie licenze. Una strategia che, secondo VL, avrebbe prosciugato l’offerta di licenze on-premise di seconda mano, gonfiando artificialmente il costo di chi sceglie di non migrare tutto in cloud. La richiesta di danni ammonta a 270 milioni di sterline.
Microsoft ha provato a cambiare le carte in tavola nell’ottobre 2025, sostenendo che Office – con le sue icone, clipart e file di aiuto – fosse un’opera creativa e quindi protetto dalla direttiva sul diritto d’autore, non dalla normativa sulle licenze software che ha aperto la strada alla rivendita (la celebre sentenza UsedSoft della Corte di giustizia europea). Ha inoltre argomentato che le licenze acquistate in blocco (per esempio, 1000 postazioni) non potessero essere spezzettate e rivendute frammentariamente. Entrambe le tesi sono state smontate: la Corte d’Appello ha definito la prima “foriera di conseguenze assurde” – basterebbe inserire due clipart in un programma per eludere la libera commerciabilità – e ha liquidato la seconda come infondata.
La rilevanza della sentenza va oltre il perimetro del contendente principale. Il giudice Justin Turner KC, che presiede la causa VL, è lo stesso che supervisiona l’azione collettiva promossa da Alexander Wolfson contro Microsoft. Wolfson, autorizzato a intervenire nell’appello, ha sostenuto le ragioni di VL. Ora il suo procedimento, che potrebbe esporre Microsoft a responsabilità miliardarie, esce rafforzato da questo precedente.
Per chi segue le logiche del deployment on-premise, la sentenza è un segnale che restituisce consistenza a un pilastro economico spesso trascurato: il diritto di rivendere ciò che si è acquistato. Quando un’azienda compra licenze perpetue per ambienti AI – che siano piattaforme di serving per LLM, suite di orchestrazione o acceleratori software – il valore residuo di quelle licenze può essere monetizzato sul mercato secondario. In un’analisi di Total Cost of Ownership, questo introduce una variabile finora compressa dalle pratiche restrittive dei vendor. Sapere che un contratto non vincolerà per sempre l’asset, e che parte dell’investimento può essere recuperato, abbassa la soglia d’ingresso per soluzioni self-hosted rispetto a puri abbonamenti cloud.
L’altro effetto di secondo ordine è la pressione sui grandi fornitori affinché ridisegnino il confine tra ciò che è servizio e ciò che è prodotto. Se la rivendita minaccia i ricavi ricorrenti, la reazione potrebbe accelerare l’imbustamento di funzionalità dentro subscription cloud-only – una tendenza già in atto con i modelli linguistici offerti solo via API. Ma per le organizzazioni con vincoli di sovranità, air-gap o controllo granulare dei dati, questa sentenza riabilita la proprietà del software come scelta non solo tecnica ma patrimoniale. Il costo di tenere modelli in locale, su hardware proprio, si calcola anche in base a quanto quell’investimento potrà valere domani per qualcun altro.
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