La schermata di scelta del motore di ricerca su Android, quel prompt che altrove in Europa appare quando si accende un nuovo telefono e chiede all’utente quale motore vuole come predefinito, in Svizzera è svanita nel nulla. Nessun annuncio, nessuna spiegazione: semplicemente non c’è più. La Commissione federale della concorrenza ha aperto martedì un’indagine preliminare per capire cosa sia successo e, soprattutto, per valutare se l’improvvisa sparizione leda la libera concorrenza.

La vicenda svizzera è un campanello d’allarme che va oltre il singolo mercato nazionale. Da anni il regolatore europeo, con la vicenda Android e la multa del 2018, impone a Google di offrire agli utenti una scelta effettiva tra i motori di ricerca. Il meccanismo è ormai parte dell’esperienza standard nella maggior parte dell’Unione Europea. La sua brusca interruzione in un Paese strettamente legato all’ecosistema normativo comunitario butta benzina sul fuoco di un dibattito più ampio: chi controlla le impostazioni predefinite di un dispositivo controlla in larga parte il comportamento degli utenti, e questo vale non solo per il search ma per qualsiasi servizio digitale, assistenti AI compresi.

La posta in gioco riguarda la capacità di un’azienda di indirizzare miliardi di query quotidiane verso il proprio motore, con ricadute dirette sul mercato pubblicitario e sulla raccolta di dati. Ma l’indagine elvetica arriva in un momento in cui il concetto di “schermata di scelta” sta per estendersi ben oltre il search. Con l’avvento di LLM integrati in sistemi operativi e dispositivi mobili, la domanda “quale AI vuoi usare?” potrebbe diventare il prossimo campo di battaglia regolatorio. Se oggi l’Europa obbliga a scegliere il motore di ricerca, domani potrebbe imporre la scelta dell’assistente AI o del modello linguistico predefinito.

Per le organizzazioni che già valutano deployment on-premise di LLM, questa traiettoria aggiunge un tassello importante. Se i regolatori iniziano a mettere in discussione i default degli assistenti AI, cresce la pressione per piattaforme interoperabili dove l’utente (o l’azienda) possa sostituire il modello fornito dal vendor con uno proprio, magari eseguito su infrastruttura locale. Il controllo dei dati di interazione diventa allora un requisito di sovranità, non solo una questione di performance o latenza. Chi sviluppa strategie di AI aziendale si trova davanti a uno scenario in cui la conformità normativa e la possibilità di scegliere il provider di inference — anche self-hosted — saranno sempre più legate a doppio filo.

La scomparsa della schermata di scelta in Svizzera, insomma, non è un banale bug o una dimenticanza tecnica. È un test concreto per verificare se i vincoli antitrust tengono quando l’attenzione pubblica cala. E la risposta del regolatore elvetico dirà molto su come le autorità affronteranno i futuri gatekeeper dell’intelligenza artificiale, dove i modelli predefiniti rischiano di diventare ancora più pervasivi dei motori di ricerca.