Il kernel Linux si prepara ad accogliere processori RISC‑V a 64 bit con un numero di core finora inedito per l’architettura aperta. Nella notte successiva alla chiusura della finestra di merge, è stata integrata nel ramo Git una modifica che, in vista del rilascio di Linux 7.2‑rc2, alza a 256 il limite predefinito di CPU supportate per le build a 64 bit della piattaforma RISC‑V. Non è una riscrittura del codice, ma un semplice ritocco della configurazione del kernel: il parametro che dice al sistema quanti core può gestire senza bisogno di interventi manuali.
La mossa, pur nella sua discrezione tecnica, racconta molto. Fino a oggi i silicio RISC‑V di fascia server hanno toccato poche decine di core; chip come il JH7110 di StarFive o l’SG2042 di T‑Head, pur ambendo a posizionarsi in ambito data center, restano abbastanza contenuti come parallelismo. Con il nuovo default, il kernel si dichiara pronto a gestire hardware molto più ambizioso.
L’open instruction set architecture RISC‑V è un tassello centrale in ogni discorso sulla sovranità tecnicica. A differenza di x86 e ARM, il suo ISA è libero da licenze proprietarie, il che permette a produttori e utilizzatori finali di costruire piattaforme interamente verificabili, senza blind trust in terze parti. Aziende, centri di ricerca e governi che guardano con interesse ai deployment on‑premise della propria infrastruttura – anche per workload di machine learning e inference – vedono in RISC‑V una strada per ridurre la dipendenza da fornitori esterni.
In uno scenario di inference per Large Language Models su hardware locale, la prospettiva di server RISC‑V con centinaia di core apre naturalmente a modelli execution‑only basati su CPU. Sfruttando la parallelizzazione dei calcoli vettoriali, l’ottimizzazione delle librerie runtime e tecniche di quantization, è già possibile eseguire modelli di taglia media con prestazioni accettabili. Manca, è vero, un ecosistema di accelerazione hardware paragonabile a CUDA o ROCm, e il supporto per le unità vettoriali proprietarie è ancora frammentato. Ma la direzione intrapresa dal kernel Linux segnala che, sul fronte del silicio, il mercato sta investendo su chip RISC‑V many‑core destinati a uscire dal laboratorio.
La patch, firmata dal manutentore Palmer Dabbelt, modifica il file di configurazione per l’architettura (Kconfig) portando il valore di NR_CPUS da 128 a 256 per le build predefinite. Chi compila il kernel può comunque spingersi oltre, ma avere un default così alto è il primo passo per far funzionare tutto “out of the box” sui nuovi sistemi.
Per chi valuta stack on‑premise di inference, la disponibilità futura di macchine RISC‑V many‑core rappresenta un’opzione aggiuntiva per diversificare l’hardware e contenere i costi di licenza a medio termine, con un occhio al TCO complessivo. L’assenza di un framework di accelerazione GPU dedicato, tuttavia, costringe ancora a progettare soluzioni ibride o a puntare su modelli altamente ottimizzati per CPU.
Con l’innesto in 7.2‑rc2, il supporto di default a 256 core è già realtà nel ramo di sviluppo e arriverà nella prossima release stabile. Il messaggio per l’ecosistema è chiaro: il software è pronto, il silicio sta arrivando.
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