A fine giugno 2025 Rachel Rodman, impiegata di una piccola biblioteca del Missouri rurale, viene licenziata. La colpa: aver allestito per cinque giorni una vetrina con libri a tema LGBTQ+ in occasione del Pride. Aveva piena autonomia nel curare gli spazi e non si sarebbe mai aspettata che quel gesto le costasse il posto. Eppure la direttrice le lascia un biglietto scritto a mano per chiedere di rimuovere l’esposizione. Rodman rifiuta, ribadendo su Facebook che non negherà visibilità a una comunità marginalizzata solo per timore di reazioni. Il giorno dopo è fuori.
La vicenda, ricostruita grazie a centinaia di richieste di accesso agli atti pubblici inoltrate da 404 Media con il supporto di MuckRock, non è un caso isolato. Scambi di email tra direttori di biblioteche della zona mostrano una preoccupante tendenza all’autocensura. «Non stiamo discriminando – scrive la direttrice del distretto di Crawford – ma proteggendo dipendenti e utenti». La situazione «sembra brutta», ammette, per poi accusare la dipendente di atteggiarsi a vittima. Un altro direttore, Steven Campbell, chiarisce: «Siamo nel Missouri rurale, un ambiente politico e sociale estremamente difficile. Non tutti possono permettersi di perdere il lavoro o ricevere minacce di morte per una vetrina». Il messaggio implicito è che chi decide di non rischiare non va giudicato.
Il prezzo della paura
Gli esperti di censura non sono d’accordo. Kate Laughlin, direttrice esecutiva della National Association for Rural and Small Libraries, mette in guardia: «Quando una biblioteca sceglie una censura leggera per quieto vivere, a pagare il prezzo sono gli utenti, non i bibliotecari. La vittima è la comunità». Le cifre dell’ufficio per la libertà intellettuale dell’American Library Association dicono che nel 2025 oltre il 90 per cento delle contestazioni ai libri è riconducibile a gruppi di pressione, funzionari pubblici o amministratori delle stesse biblioteche. Non più cittadini isolati, ma campagne coordinate, spesso sostenute da organizzazioni religiose come CatholicVote, che dal 2022 promuove la campagna “Hide the Pride” e ha finanziato iniziative per tagliare i fondi alle biblioteche.
I documenti raccolti da 404 Media mostrano espressioni di disagio quasi come un mantra. «Non richiamo l’attenzione sul Pride online», «ogni volta che promuovo questa parte della collezione un genitore mi attacca», «ho cambiato la formulazione del cartello per accontentare una protestatrice», «terrò su la vetrina del Pride ancora dieci giorni lavorativi, poi la smonterò». Frasi che svelano un’abitudine al compromesso preventivo, un aggiustamento quotidiano della propria missione per evitare tensioni.
Censura per omissione e intelligenza artificiale
Il fenomeno descritto dai bibliotecari come “censura leggera” o “autocensura” ha un nome preciso che arriva da uno dei direttori coinvolti: «censura per omissione». Tom Taylor, direttore di una biblioteca pubblica in Kansas, spiega che se un libro non viene acquistato «per paura di una controversia, non è così che funziona una biblioteca professionale». È esattamente lo stesso meccanismo che si sta insinuando nel mondo dei modelli linguistici di grandi dimensioni, i Large Language Models.
Quando un’azienda che sviluppa LLM decide di non includere nel training certi argomenti, o di addestrare il modello a non rispondere a domande che potrebbero attirare critiche, sta applicando una censura per omissione analoga. I sistemi di allineamento (RLHF, filtri sulle uscite, blocchi precauzionali) sono spesso presentati come strumenti di sicurezza, ma possono diventare una forma di autocensura quando l’obiettivo primario è evitare il rischio reputazionale anziché il danno concreto. La differenza tra rimuovere un contenuto perché pericoloso ed eliminarlo perché scomodo diventa sottile.
Sovranità e controllo: la lezione per il deployment on-premise
Per chi osserva il settore da una prospettiva di sovranità dei dati e controllo dell’infrastruttura, le biblioteche offrono un’analogia potente. In una biblioteca che si autocensura, la comunità perde non solo l’accesso a un libro, ma la possibilità di vedersi rappresentata nello spazio pubblico. Allo stesso modo, un’organizzazione che decide di eseguire modelli LLM on-premise lo fa spesso per mantenere il controllo totale su input, output e processo inferenziale, senza delegare a terze parti le scelte su cosa il modello possa o non possa generare. Ma il controllo tecnico non elimina la pressione sociale: un ente che self-hosta un LLM potrebbe comunque cedere alla tentazione di oscurare interi temi per timore di reazioni, come accade nei piccoli sistemi bibliotecari rurali.
L’infrastruttura on-premise rende possibile una governance trasparente e adattabile, ma richiede anche una riflessione etica sulle politiche di moderazione. La scelta di non fare alcuna vetrina tematica, come sottolinea Sarah Lamdan dell’ALA Office for Intellectual Freedom, è diversa dall’averla sempre fatta e smettere per pressioni esterne. Nell’AI, questo si traduce nella differenza tra un modello progettato fin dall’inizio con certi limiti e uno che viene progressivamente castrato per allinearsi a un clima di paura. La vicenda delle biblioteche americane ci ricorda che la rinuncia alla rappresentanza per quieto vivere colpisce sempre chi ha meno voce. E che la sovranità tecnicica, senza una cultura della responsabilità, può trasformarsi nello strumento perfetto per un’autocensura silenziosa.
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