Negli ultimi giorni è tornata a circolare l’idea di Sam Altman di distribuire agli americani una parte del valore creato dall’intelligenza artificiale. Un modo per condividere il «patrimonio comune» su cui i modelli sono addestrati. Secondo il Financial Times, il CEO di OpenAI sta discutendo con il presidente Trump una quota del 5% per il governo USA, da ridistribuire eventualmente ai cittadini.

Il calcolo, preso in prestito dal MIT Technology Review, è curioso: con la valutazione di 852 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di marzo, il 5% varrebbe circa 42,6 miliardi. Divisi tra 133 milioni di famiglie americane fanno poco più di 320 dollari a nucleo. Non proprio un dividendo capace di calmare l’ansia da automazione, ma la cifra è quasi un dettaglio.

Il piano è anzitutto una storia, un pezzo di narrativa che Altman coltiva da cinque anni: prima una tassa del 2,5% sulle grandi aziende per alimentare un fondo universale, poi via via ridimensionato fino all’odierna quota riservata a OpenAI. Di concreto, al momento, non c’è nulla: solo incontri informali con l’amministrazione, interessata a operazioni dal sapore industriale.

L’obiettivo reale è duplice. Da un lato, placare la sfiducia diffusa: la maggioranza degli americani non si fida dell’uso responsabile dell’IA e mal sopporta i data center. Dall’altro, assicurarsi una corsia preferenziale con la Casa Bianca: evitare che i propri modelli finiscano nella lista dei rischi per la supply chain o ottenere sostegno contro i rivali cinesi. Restare nella cerchia ristretta di aziende che contano nelle scelte geopolitiche è oggi vitale per chi fa AI.

Per chi valuta deployment on-premise di LLM, l’iniziativa segnala un ambiente regolatorio ballerino, dove la vicinanza politica può tradursi in vantaggi competitivi o, al contrario, in vincoli improvvisi. Se l’azionariato pubblico si evolvesse in obblighi di utilizzo di infrastrutture nazionali o in requisiti di certificazione dei modelli, le organizzazioni che hanno già investito in self-hosting e sovranità dei dati potrebbero adattarsi più rapidamente, senza restare intrappolate in piattaforme cloud che diventano strumento di politica industriale.

Il modello di Altman ha un chiaro antenato: l’Alaska Permanent Fund degli anni Settanta, creato per distribuire i proventi del petrolio, risorsa collettiva e per giunta limitata. Il CEO di OpenAI pare accettare la prima parte del ragionamento – l’IA si nutre di lavoro umano – ma rifiuta la seconda: a suo dire, l’intelligenza artificiale genererà una ricchezza inesauribile per decenni. Così, la quota da 300 dollari serve più a convincere che il boom sarà abbastanza grande da poterlo spartire, che a riempire portafogli. È un messaggio, non un assegno.