Giovedì il New York Times ha depositato una mozione per modificare la denuncia per violazione di copyright contro OpenAI e Microsoft, introducendo un'accusa che getta nuova luce sul ruolo delle infrastrutture nell'era dell'intelligenza artificiale.

Secondo il nuovo documento – pesantemente oscurato – Microsoft non si sarebbe limitata a fornire servizi cloud a OpenAI, ma avrebbe costruito un sistema di supercalcolo su misura, classificato tra i più potenti al mondo, con l'obiettivo deliberato di incoraggiare l'uso illecito delle opere del quotidiano. La modifica arriva dopo che la Corte Suprema, nel caso Cox Communications, ha stabilito che per configurare il contributory infringement è necessario dimostrare che una parte abbia agito con l'intento di indurre terzi a violare la legge, alzando l'asticella per i titolari dei diritti.

Un supercomputer contesto

Il cuore della nuova contestazione ruota attorno all'infrastruttura tecnica. Il NYT sostiene che Microsoft abbia realizzato un supercomputer personalizzato per addestrare i large language model di OpenAI, un investimento che la società di Redmond ha più volte rivendicato come elemento chiave della propria strategia sull'AI. Fonti interne al mondo cloud suggeriscono che tali sistemi – tipicamente cluster di GPU su scala Azure – offrono potenza di calcolo sufficiente per processare petabyte di dati in tempi record. Se l'accusa venisse confermata, la fornitura di una macchina del genere rappresenterebbe un salto qualitativo rispetto a un semplice servizio di hosting: un atto intenzionale di abilitazione.

L'impatto del precedente Cox

La decisione della Corte Suprema su Cox Communications ha ridefinito gli obblighi dei fornitori di servizi. Nel settore delle telecomunicazioni, la semplice tolleranza di attività pirata da parte degli utenti non basta più a configurare una violazione contributiva; serve la prova di un incoraggiamento attivo. Il NYT ha colto l'occasione per adeguare la propria strategia legale, dichiarando di aver raccolto nuove prove durante la discovery. Graham James, portavoce del quotidiano, ha affermato: “Oggi abbiamo chiesto al tribunale il permesso di presentare una denuncia modificata che rafforza ulteriormente il nostro caso, chiarendo la nostra accusa di violazione contributiva contro Microsoft sulla base di nuovi elementi legali e prove emerse”.

Oltre la nuvola: cosa significa per chi valuta deployment on-premise

Per i decisori tecnicici che considerano l'adozione di LLM in ambienti controllati, la vicenda ha implicazioni profonde. I modelli self-hosted addestrati su dati proprietari possono ridurre il rischio legale, ma solo se l'intera pipeline di training rispetta le normative sul copyright. AI-RADAR monitora regolarmente le best practice relative alla sovranità dei dati e agli stack completamente on-premise, dove la governance delle fonti diventa un requisito non negoziabile. L'infrastruttura hardware – spesso GPU di ultima generazione con centinaia di GB di VRAM – richiede investimenti significativi, ma riduce l'esposizione a terzi. La scelta tra cloud e bare metal non è solo economica: coinvolge la responsabilità giuridica di chi fornisce le risorse computazionali.

Il futuro del copyright nell'addestramento dell'AI

La disputa NYT-Microsoft segna un punto di svolta. Mentre i tribunali iniziano a scrutinare il contributo delle infrastrutture alle violazioni, le aziende che sviluppano o ospitano modelli dovranno dotarsi di processi di due diligence più rigorosi. Per i fornitori di supercalcolatori – sia pubblici che privati – la trasparenza sull'uso dei dati potrebbe diventare un fattore competitivo. Nel frattempo, chi costruisce propri cluster per l'inference o il fine-tuning deve soppesare l'agilità del cloud contro i rischi di un ecosistema legale in rapida evoluzione.