Quando una persona si perde in montagna o sotto le macerie, il tempo è il nemico. Le ricerche tradizionali dipendono da scanner visivi, cani o reti cellulari: strumenti fragili, limitati dalla morfologia del terreno e dalle condizioni meteo. La startup svizzera RAROG propone una rotta diversa: un sistema portatile che legge i segnali radio emessi da smartphone, smartwatch e fitness tracker, trasformandoli in radiofari di emergenza senza bisogno di alcuna infrastruttura esterna.

Il round da 162.000 franchi svizzeri appena chiuso con Venture Kick non è solo un’iniezione di capitale per finalizzare il prodotto e ottenere la marcatura CE. È un segnale che investitori e team di soccorso stanno guardando oltre i dispositivi dedicati – costosi e poco diffusi – per abbracciare la logica del "salvataggio infrastruttura-zero".

La tecnicia sfrutta onde radio a corto raggio che già oggi ogni dispositivo personale emette per connettersi a reti cellulari, Wi-Fi o Bluetooth. RAROG le intercetta con un ricevitore portatile che opera in modo indipendente, senza appoggiarsi a torri telefoniche o cloud. In pratica, dove manca copertura di rete, il sistema vede ciò che le antenne non vedono: un corpo sepolto dalla neve, celato dalla fitta boscaglia o intrappolato in un edificio crollato. Nelle prime applicazioni, dal massiccio del Wicklow in Irlanda alle Alpi svizzere, i soccorritori alpini stanno testando un approccio che ribalta il paradigma: non più cercare la persona, ma ascoltare l’elettronica che porta con sé.

La scelta di autoalimentarsi senza rete mobile ha implicazioni pesanti per la sovranità operativa delle squadre di emergenza. In scenari di disastro – terremoti, alluvioni, blackout – le infrastrutture di telecomunicazione sono le prime a cedere. Un rilevatore che funziona in aria isolata restituisce capacità decisionale a chi opera sul campo, riducendo la dipendenza da fornitori esterni e da connessioni incerte. È un concetto affine a quello dei sistemi on-premise nell’informatica aziendale: controllo diretto, latenza minima, nessun dato trasmesso a terzi. Con la differenza che qui la posta in gioco è misurata in vite umane.

Il finanziamento servirà a produrre il primo lotto di rilevatori e ad allargare il team, mentre i pilot in corso con vigili del fuoco e protezione civile segnano un’espansione che va ben oltre il soccorso alpino. Non si tratta soltanto di vendere hardware: RAROG sta costruendo un ecosistema in cui qualsiasi dispositivo commerciale, senza modifiche software, diventa un terminale di localizzazione passivo. Se il progetto manterrà le promesse, il vero effetto di secondo ordine sarà la riduzione del costo marginale del soccorso – ogni persona dotata di uno smartphone già possiede il proprio faro, senza bisogno di acquistare nulla.

Certo, restano interrogativi aperti: la potenza dei segnali su lunghe distanze, l’autonomia energetica del ricevitore, la gestione dei falsi positivi in aree popolate. Ma la traiettoria è chiara: l’industria del soccorso si sta muovendo verso strumenti sempre più distribuiti, portatili e scollegati dalla rete. E RAROG, con i suoi 162mila euro, ha appena acceso un ascoltatore che potrebbe cambiare il modo in cui cerchiamo chi è scomparso.