Un round da 60 milioni di euro, in un momento in cui raccogliere capitali per l’hardware di frontiera non è uno scherzo. Climentum Capital, fondo con sede a Copenaghen, ha annunciato il primo closing del suo secondo veicolo dedicato alle tecnicie climatiche. I sottoscrittori sono istituzioni che non seguono la moda del momento: il Fondo Europeo per gli Investimenti (EIF), il fondo danese per l’export e gli investimenti EIFO e la Danish Society of Engineers (IDA), il sindacato che rappresenta oltre 180mila ingegneri e professionisti IT.
L’obiettivo è investire in startup europee che costruiscono hardware e soluzioni deep tech per energia, industria, trasporti e agricoltura. Geografie privilegiate: Danimarca, Svezia, Germania, Austria e Svizzera. Il primo fondo, lanciato nel 2022, aveva già raccolto 60 milioni; questo secondo punta a quota 100, con una prima chiusura che conferma la stessa cifra del predecessore in un contesto molto più selettivo.
Morten Halborg, General Partner, non usa mezzi termini: «L’ambiente di fundraising per l’hardware climatico in fase early-stage non è stato semplice negli ultimi anni. Gli investitori sono più selettivi, le tempistiche si allungano e l’asticella della proof è più alta. Per questo la composizione del lancio di Fund II conta: il nostro sindacato riflette convinzione informata, non investimenti di momentum».
Non è una notizia che tocca solo il mondo delle rinnovabili o dell’efficienza industriale. Per chiunque costruisca o gestisca infrastrutture di calcolo on-premise – e in particolare carichi di lavoro legati a Large Language Models – la disponibilità di energia e la sua impronta sono già oggi una variabile di TCO difficile da ignorare. I data center moderni, anche quelli di taglia ridotta allestiti in sede per inference su modelli quantizzati, assorbono potenze continue non banali. E la tendenza a moltiplicare i nodi di calcolo, spinte da fine-tuning distribuito o da servizi self-hosted sempre attivi, amplifica il problema.
L’hardware climatico finanziato da Climentum non produce GPU né schede di rete. Ma agisce a monte, su componenti che determinano quanto costa e quanto è stabile l’energia che alimenta i rack. Tecnologie per la sicurezza energetica, lo stoccaggio, la decarbonizzazione dei processi industriali, la resilienza delle supply chain sono anelli che, a cascata, condizionano anche il deployment locale di carichi di AI. Una fabbrica di semiconduttori, per dirne una, è un mostro energetico: renderla più efficiente o alimentata da fonti pulite non è indifferente per chi poi compra i server.
C’è poi il tema della sovranità. Lo ha ricordato Erik Balck Sørensen, Chief Investment Officer di EIFO: «La missione di EIFO è accelerare la transizione verde rafforzando l’indipendenza strategica dell’Europa. Investendo in Climentum Capital Fund II aiutiamo a scalare tecnicie climatiche critiche, ma ancora drammaticamente sotto-finanziate, essenziali per ridurre le emissioni di carbonio dell’industria europea e raggiungere gli obiettivi climatici». Una sovranità che, nell’ambito dell’AI, si traduce sempre più spesso nella scelta di tenere dati e modelli dentro i propri confini fisici e giuridici, su hardware che non dipenda da catene di approvvigionamento fragili e da energia dal prezzo volatile.
Colpisce anche la presenza tra gli investitori di un sindacato di ingegneri. IDA, che ha deciso di mettere capitale proprio nel fondo, non è un limited partner convenzionale. Laura Klitgaard, presidente di IDA, spiega: «Non possiamo continuare a parlare. Dobbiamo trasformare le parole in azione. L’Europa ha bisogno di aziende tecniciche più competitive e la Danimarca ha le idee, i talenti e la ricerca per costruirle. È insolito che un sindacato diventi investitore, ma spero che IDA possa fare da apripista e ispirare altri a seguirci». Una mossa che segnala come la partita delle tecnicie industriali si giochi sempre più sulla capacità di passare dal laboratorio alla produzione, e di farlo con capitali pazienti.
Climentum stima che le aziende in portafoglio possano contribuire a ridurre circa 1,5 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, l’equivalente delle emissioni di 350mila auto a benzina. Per chi valuta trade-off tra cloud e on-premise, è un promemoria: l’efficienza energetica non è solo una voce di bilancio, ma un fattore che può determinare l’accettabilità sociale e normativa delle proprie infrastrutture di calcolo. E in un continente che si è dato l’obiettivo della neutralità climatica al 2050, ignorare questa dimensione significa esporsi a costi di compliance e a rischi reputazionali che nessuna ottimizzazione di inference può compensare.
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